Prohairesis (Προαιρεσις)

PROHAIRESIS (Προαιρεσις)
L’Associazione prende il nome di una branca della filosofia di Epitteto (Frigia, 30 – 60 d.c.).
L’asse portante della filosofia di Epitteto è racchiuso nel dettame “educarsi filosoficamente significa proprio questo: imparare a riconoscere quel che è proprio e quel che è di altri”. Il filosofo esprime una radicale ‘diairesi’ o ‘bipartizione’ di tutte le cose. Gli Stoici antichi distinguevano le cose in “beni”, “mali” e “indifferenti”, che sono, appunto, “nébeni-né-mali”. Tali sono vita e morte, salute e malattia, giovinezza e vecchiaia, ricchezza e povertà, bellezza e bruttezza, ecc.
Per Epitteto le cose si dividono in due classi:

  1. quelle che costituiscono nostre attività, come le opinioni, i desideri, gli impulsi e le ripulse;
  2. quelle che non sono nostre attività, come il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e simili;

Le prime hanno la caratteristica di essere in nostro potere e di essere incoercibili, le seconde quella di non essere in nostro potere e di essere, quindi, estranee e coercibili. Di conseguenza le prime sono libere, in quanto, appunto, dipendono da noi, le seconde sono coatte e schiave, in quanto non dipendono da noi. Ancora, beni e mali possono essere ricercati solamente nelle prime, mai nelle seconde.La natura della “scelta morale” (π)
L’uomo, per Epitteto, deve non solo cercare di prendere atto che le cose sono divise in questa maniera nel modo più chiaro possibile, ma deve altresì cercare di trarne le conseguenze che ne scaturiscono sia piano del comportamento e della vita morale.
L’uomo deve, cioè, operare una scelta che rispetti la divisione: deve scegliere ciò su cui ha potere e respingere ciò su cui non ha potere. L’uomo deve scegliere sé e non le cose, porre se medesimo come fine del proprio agire.

Insomma, la “distinzione delle cose” comporta una precisa presa di posizione morale da parte dell’uomo, mediante la quale egli viene a stabilire ciò che è bene, ciò che è male e ciò che è indifferente, e quindi a determinare la base del proprio agire.
Epitteto chiama questo atto “PROHAIRESIS”, termine difficilissimo da tradurre nelle lingue moderne, a motivo della sua carica concettuale assai densa e polisensa.
Il termine indica fondamentalmente “prescelta”, “preselezione”:
indica, cioè, quella decisione che l’uomo fa una volta per tutte e alla quale si sforza, poi, di mantenersi costantemente fedele nelle scelte particolari.
La prohairesis come “scelta di fondo” divide, così la cifra morale dell’uomo, la sostanza etica, o l’esistenza morale dell’uomo.
L’uomo, per Epitteto, è la sua prohairesis. Essa è l’atto fondamentale del logos o ragione dell’uomo e, dunque, è un giudizio di fondo che condiziona i vari giudizi particolari e si esprime e prende corpo nei medesimi.
La prohairesis diventa “virtù” e “vizio”, diventa il giudizio.
L’errore morale è sempre e solo “involontario”: “Qual è, dunque, il motivo del mio errore? L’ignoranza.”.
Dove c’è ragione c’è bene. Ecco il motivo per cui l’uomo potrà trovare in sé, e non nelle cose, il bene, appunto perché esso non esiste fuori della ragione, e la ragione è l’essenza stessa di Dio.
Il male sarà la degradazione della ragione e, quindi, la scelta di ciò che non è ragione come il corpo e le cose esterne. Per tutte le cose che sono fuori della ragione e della scelta morale, di per sé considerate, non si potrà parlare né di beni né di mali; esse sono indifferenti.
Nell’anima dell’uomo, secondo il nostro filosofo, si possono distinguere tre cose:

  1. i desideri e le avversioni che riguardano il soggetto e sono rivolti all’interno del soggetto stesso (virtù);
  2. gli impulsi e le ripulse, che riguardano, invece, i rapporti fra il soggetto e le cose esterne e gli altri uomini (dovere);
  3. la cautela nel dar giudizio per non incorrere nell’errore, e la facoltà dell’assenso (logica)

Rilievo del tutto particolare assume il concetto della “universale fratellanza”, e la coscienza dei particolari doveri che essa comporta. Lo schiavo e il padrone sono tali solo per le leggi degli uomini, che sono leggi di morti; per la legge divina, invece, “sono fratelli”, perché recano in sé, nella parte direttrice della loro anima, l’identico frammento di Dio.